Parla Frans Van der Hoff, il prete che ha inventato il commercio equo e solidale.

«La carità? E' un peccato mortale»

Frans Van Der Hoff è il padre del consumo critico, “il prete del commercio equo” - è cosi che lo chiamano in giro per il mondo. Colui che ha saputo trasformare un'idea - di più, un sogno - in realtà, il prete che dal nulla ha creato una vera e propria “multinazionale della giustizia sociale ed economica”.

Lo abbiamo incontrato ieri a Roma, nel cuore di Piazza Vittorio, la Chinatown della capitale. Un paradosso per uno che ha fatto dei diritti dei lavoratori la propria scelta di vita.

Ma come e quando è nata l'idea di realizzare un commercio che fosse equo, “justo” come lo chiama lui, e solidale? «Era il maggio del 1985, ero in un bar di Amsterdam con Nico Roozen (un economista olandese), la domanda che ci siamo posti è stata una, chiara e semplice: "la povertà è di certo un'indegna condizione da sradicare. ma come?".

I due non avevano mai creduto nei grandi programmi di aiuti e solidarietà dall'alto che tanto somigliano alla carità. A dirla tutta Van der Hoff ha un'idea molto precisa della carità: «C'est merde, solo merde - lo ripete tre, quattro, cinque volte - serve solo a placate la cattiva coscienza del nord del mondo e non risolve nulla. Di più, riduce l'uomo ad oggetto di carità, togliendogli qualsiasi dignità. Per questo è un peccato mortale».

Del resto, anche del lavoro delle Ong e della cooperazione non nutre grande stima: «Loro pensano di sapere cosa è utile per i poveri senza però interpellarli. Mi sembra chiaro - aggiunge sorridendo - che non sono organizzazioni democratiche».

Ed è proprio da queste convinzioni e dalla strana alleanza tra un economista e un prete - certo uno strano tipo di prete, uno che nel '68 girava per le stanze del seminario con i libri di Marx, Gramsci e Freud sotto braccio - che è nata l'idea folle e geniale di un commercio e un mercato che fossero equi.

«Per farla breve quella mattina ho raccontato a Roozen del mio lavoro con i campesinos sulle montagne del Messico del sud - dove risiede dall'80 - e di Isaias Martinez, un contadino molto ascoltato dagli altri che provava a mantenere la sua famiglia coltivando caffé. Un lavoro che gli dava a malapena 200 dollari all'anno. Isaias avrebbe potuto rivolgersi a una delle tante organizzazioni che aiutano i poveri a non morire di fame. Ma sai lui cosa mi ha detto? Non vogliamo essere aiutati. Non siamo mendicanti. Se voi pagaste un prezzo ragionevole per il nostro caffé, noi potremmo vivere tranquillamente senza aiuti».

Ecco, è proprio da qui che è nata l'idea di costruire un percorso del commercio equo e solidale, «Isaias ci aveva fatto capire che dovevamo cercare un nuovo modello in cui la parola chiave non fosse più "aiuto" ma "mercato justo"».

A quel punto Nico Roozen, da economista pragmatico e analitico qual'è, ha preso il suo quaderno e ha iniziato a tracciare uno schema. «Guarda - mi ha detto - in Olanda il mercato del caffé è dominato da un solo soggetto che detiene il 70% delle quote di mercato. Se vogliamo riuscire a vendere caffé equo nei supermercati vedo due possibilità: o creiamo un nostro marchio, oppure creiamo un marchio che certifichi che quel caffé rispetta i diritti dei lavoratori, assicura salari giusti e non distrugge l'ambiente». Un marchio di certificazione sembrava la via più praticabile e, detto fatto, il prete e l'economista registrano "Max Havelaar", il marchio che apparirà su tutti i prodotti equi e solidali.

Sono passati vent'anni da quella mattina di maggio e "Max Havelaar" e divenuto una realtà importantissima in mezza Europa. Basti pensare che il fatturato del 2005 si aggira intorno ai 660 milioni di euro e che la "gamma dei prodotti", per cosi dire, va dal caffé e i legumi, dalle confetture fino all'artigianato di ogni tipo arrivando al vestiario: pantaloni, giacche, magliette, calzature e così via.

Frans pero non si accontenta, ignora del tutto il peso degli anni ed è ancora qui che gira per il mondo con un'unica idea fissa in mente: far conoscere e promuovere il commercio equo. Non si risparmia. Non a caso in questi giorni è a Roma per partecipare alla settimana del consumo critico organizzata dall'Arci e da Fair-Trade Italia. E il prete equo è li, seduto al tavolino di questo modesto albergo romano che si divide tra interviste e incontri. E' il suo modo di fare politica quello di incontrare le persone. Incontra tutti, da Kofi Annan a Jacques Chirac - che di recente gli ha consegnato la Legione d'onore - fino ad arrivare ai contadini del più sperduto villaggio del sud del mondo,"perchè è proprio loro che bisogna ascoltare per cercare di capire come cambiare questo mondo. Ed è a loro che bisogna dare voce».

Dei potenti ha un'idea precisa: «Sono bestie - dice - ma noi li vogliamo costringere a diffondere e sostenere il commercio equo. Se consideriamo che proprio in questi giorni il Belgio, l'Olanda e l’Italia stanno discutendo una serie di norme che favoriscono il commercio equo, allora vuol dire che qualcosa siamo riusciti a smuovere». Del resto, anche il Nobel per la pace che proprio in questi giorni è stato assegnato al suo amico Muhammad Yunus - il banchiere dei poveri - secondo Frans è un segno che le cose stanno cambiando. «Vuol dire che qualcuno inizia a capire che pace e povertà sono strettamente legate. In questo mondo c'è una guerra sotterranea, una guerra che non si combatte con le armi, ma con i soldi e con un'economia che costringe centinaia di milioni di persone alla fame».

Lo sa bene il "prete equo". Proprio lui che, appena ordinato sacerdote, sceglie di andare in Cile, nei "barrio" di Santiago, dove si mette a disposizione dei poveri e discute con loro come va interpretato il socialismo, come organizzare il popolo e come fare la rivoluzione. Da li è costretto a scappare dopo che Pinochet prende il potere e reprime qualsiasi forma di contestazione. Allora arriva a Città del Messico dove lavora come venditore ambulante e operaio. Nello stesso tempo però ordina messa e stampa materiale per i partigiani nicaraguensi. Ma ben presto, anche da li è costretto a fuggire «la polizia segreta mi aveva fatto capire che le mie attività sovversive, come le chiamarono loro, non erano molto gradite - racconta sorridendo - allora me ne sono andato a Thuantepec nel sud del Messico dove ancora oggi abito e lavoro».

E ancora oggi, Frans gira il mondo e porta con se quell'idea nata nell'85. Un'idea che si è trasformata in 79 mila punti vendita in tutto il mondo che commerciano prodotti equi; prodotti fatti da persone che ricevono un giusto compenso per il proprio lavoro. Un vero impero. Un impero del justo, come piace dire a Frans Van der Hoff, professione prete.

da "Liberazione" di martedì 7 ottobre 2006

 

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