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IL FLOP DI COPENAGHEN E... IL BUSINESS DEL CLIMA

Dal 7 al 18 dicembre la capitale danese ha ospitato il summit dell’ONU sui cambiamenti climatici.
Alcuni dati del summit:

  • Partecipanti: 15.000 delegati
  • Effetti del summit sul clima: consumi di CO2 pari a quelli di tutta la popolazione del Marocco in un anno
  • Obbiettivo: mantenere la temperatura globale entro un aumento massimo del 1,5-2 gradi centigradi riducendo le emissioni del 40% per i paesi industrializzati, riducendo la crescita delle emissione dei paesi in via di sviluppo e fermando la deforestazione almeno fino al 2050, per poi passare a misure più drastiche se necessario
  • Rischi per il pianeta se si superano tali livelli di riscaldamento terrestre: la foresta amazzonica potrebbe diminuire nella misura dell’80%, la popolazione a rischio idrico passerebbe dal miliardo attuale ai 3,2 miliardi, l’innalzamento del livello dei mari produrrebbe 200 milioni di profughi del clima (per citare solo gli effetti più salienti senza entrare nell’ambito rischio estinzione della fauna e della flora)
  • Risultati: 7,2 miliardi ai Paesi Poveri per frenare le loro emissioni (La risposta dei delegati del G77 è stata: “cifra insignificante”) e una dichiarazione di intenti non vincolante sulla riduzione delle emissioni

Dalle fonti che ho letto (che riporto in fondo) emergono alcune considerazioni importanti.

La prima ha un risvolto positivo pur nella tristezza del fallimento generale del summit.
Il fatto è che la conferenza ha rischiato di fallire ancora più platealmente senza neppure uno straccio di documento “programmatico” per la rivolta generalizzata del Sud del Mondo.
Vi riporto a supporto di quanto sto dicendo alcune dichiarazioni importanti di alcuni delegati (per la par condicio una per ogni continente del Sud).
- “I paesi sviluppati hanno già consumato la loro fetta di atmosfera, si sono rimpinzati e ci hanno lasciato le briciole. Hanno un debito storico, una responsabilità. Noi rivogliamo la nostra atmosfera. In che modo riuscirete a ridarcela è un problema che non ci riguarda” Anjelica Navarro (ambasciatrice della Bolivia)
- A proposito del protocollo di Kyoto firmato da 184 paesi e che impegna tutti i paesi ricchi del mondo (tranne USA) a ridurre le emissioni di gas serra e che è ancora oggi alla base dei negoziati anche se è criticato (da Usa in testa) perché vorrebbero che fosse rimesso i discussione: “I delegati dei paesi ricchi non hanno idea di come si vive nelle nazioni meno sviluppate. Siamo tutti abitanti di questo pianeta e questo protocollo lo abbiamo firmato tutti. L’articolo 4 dice espressamente dovranno…. È vincolante…..Perché vogliono annullarlo?....” Bernarditas De Castro Mueller (filippina e delegata del G77)
- “Uccidere Kyoto significa uccidere l’Africa.Un tetto massimo di crescita del riscaldamento di 2°C significa per il Mali un calo del 25% dei raccolti e la fame per il 44% della popolazione entro il 2020” dichiara Mama Konate esponente della delegazione del Mali.

Credo sia positivo cogliere la piena consapevolezza anche del Sud del Mondo sulla globalità del tema ambientale e sul ruolo di attori che possono e devono svolgere per la salvaguardia del pianeta.
Non credo che in futuro il G2 o il G8 possa decidere ancora qualcosa sulle spalle di tutti gli altri paesi del mondo.

La seconda considerazione riguarda invece il meccanismo dei crediti di carbonio. Cerco di semplificare in poche parole il concetto (anche se non sarà facile). In base al protocollo di Kyoto i maggiori produttori di gas serra non possono superare un certo tetto di emissioni, ma per farlo possono comperare dei crediti da altri paesi o realtà che invece sono ampiamente sotto questo tetto o addirittura creano dei nuovi business con tecnologie che abbattono l’emissione di tali gas rispetto ai concorrenti del settore e quindi acquisiscono dei crediti da vendere sul mercato. Ci sono inoltre 26 aziende di certificazione al mondo accreditate dall’ONU che verificano i progetti ex ante e poi in fase di funzionamento per autorizzare l’immissione o meno sul mercato dei relativi crediti di CO2 acquistabili da chi invece è meno virtuoso.
Ovviamente il mercato della speculazione finanziaria si è avventato anche su questo nuovo mercato. Dal 2005 ci sono state compravendite per più di 300 miliardi di dollari, ma si stima che possa arrivare a due-tremila miliardi di dollari.
Il paradosso è che a volte il guadagno dell’azienda è attribuito principalmente alla vendita di questi crediti piuttosto che agli utili derivanti dalla produzione e vendita dei beni industriali per la quale è nata.
Ricordo a tal proposito che due estati fa in vacanza in Sardegna visitai il più grande campo eolico (proprietà di Moratti, quello del petrolio e dell’Inter) e dopo essermi intrufolato da una porta aperta, chiacchierando con un addetto mi diceva che la produzione elettrica soddisfaceva un percentuale elevata del fabbisogno della regione circostante (Ogliastra), ma che una fetta importante di guadagno arrivava anche dai crediti di carbonio venduti in borsa (che poi qualcuno compera per le esigenze di cui sopra e il cui costo viene ribaltato come incremento di prezzo sui prodotti finali venduti a tutti noi).

Solo una battuta finale: se qualcuno vi dice che dopo la privatizzazione dell’acqua (ma ne parleremo la prossima volta) è rimasta gratis solo l’aria che respiriamo, ditegli pure che invece la tassa sull’aria la stiamo già pagando tutti i giorni anche se …. non si vede!!!

Fonti:
SI (Solidarietà Internazione) mensile della FOCSIV numero di gennaio 2010
Avvenire quotidiano del 12 e del 15 dicembre 2009
Internazionale settimanale n° 822 del 20 novembre 2009 e n° 835 del 26 febbraio

Alberto Bonomo


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