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campagna internazionale, sostenuta in Italia da più di cento
associazioni, partiti e sindacati riuniti nella Reboc [Rete
boicottaggio Coca cola] denuncia le numerose violazioni
dei diritti umani utilizzati in Colombia da aziende controllate
dalla multinazionale di Atlanta.
Nella regione di Santander, in Colombia,
la Coca-Cola ha militarizzato i propri impianti - le fabbriche
di Bucaramanga, di Cucutà – con la motivazione
che "tutti i lavoratori della Compagnia sono militanti
del Sinaltrainal", il sindacato colombiano dei lavoratori.
A Bucaramanga, il 7 giugno 2001, il manager del settore
produzione dell'imbottigliatrice Panamco Colombia, Ignacio
Quiroga Velasco - invitato a non ostacolare la tranquillità
dei lavoratori iscritti al sindacato, che l'impresa aveva
"trasferito" per subcontrattare i loro posti a
nuovi operai assunti in modo temporaneo - percuote un dirigente
del sindacato. Per
questa aggressione il sindacato presentò una denuncia
penale e il giudice incaricato, nel marzo 2002, condannò
il dirigente dell’azienda alla pena di sei mesi di
carcere e al pagamento dei danni. Assicurandone di fatto
l'impunità, la Panamco trasferì il manager
ad un altro impianto d'imbottigliamento. " Il funzionario
rappresentante della Coca-Cola ha fatto appello alla sentenza
- denuncia il Sinaltrainal - e una nuova sentenza ora lo
assolve perché secondo il giudice non possono essere
ritenute valide le testimonianze dei lavoratori in quanto
“iscritti al sindacato". Guatemala, Filippine,
Pakistan, India, Israele, Venezuela: sono soltanto alcuni
dei molti paesi nel mondo i cui movimenti sociali hanno
accusato la Coca-Cola di utilizzare l'assassinio, la violenza,
la corruzione, la violazione delle leggi sul lavoro come
strumento di persuasione e di controllo sui propri dipendenti.
Fin troppe le forme di organizzazione sociale che continuano
in molti Sud ad essere sterminate: indigeni, contadini,
insegnanti, minatori, operai, sindacalisti uccisi, minacciati,
licenziati perché si oppongono alle pretese degli
investitori. La Colombia ne è diventata un
simbolo, ogni anno vi vengono uccisi più lavoratori
– soprattutto iscritti al sindacato- che in tutto
il resto del pianeta. Continue le minacce
di morte, gli arresti illegali, le intimidazioni, la contrattazione
di gruppi armati utilizzata per reprimere l'esistenza di
qualsiasi tipo di contraddittorio. La paramilitarizzazione
degli impianti è inoltre garantita dall'azione d'infiltrazione
di agenti tra gli operai con il compito di guadagnarsi la
loro fiducia e spaventarli, separare gli uni dagli altri
e allontanarli dal Sinatrainal, definita dalla transnazionale
"un'organizzazione di sinistra in contatto con gruppi
ribelli". Lo sostiene la Coca-Cola, che dagli anni
'80 dispone nel paese di un gruppo di uomini d'intelligence.
I dossier sui diritti umani testimoniano che le
continue azioni dei gruppi paramilitari portate avanti con
la complicità delle forze armate e dei corpi di sicurezza
dello stato, servono alla multinazionale e filiali per obbligare
i lavoratori ad abbandonare la difesa dei loro più
elementari diritti, costringerli a rinunciare ai
loro contratti di lavoro e imporre bassi salari ai nuovi,
assunti per turni di lavoro inumani, senza garanzie ed abbandonati
ad una precarietà totale.
Questa politica fondata sul terrore
permette alla Coca-Cola di aumentare enormemente i profitti,
e abbassa i costi di produzione tramite l'esternalizzazione
dei costi. Grazie ai contratti a tempo determinato,
alla subcontrattazione dei servizi e all'outsorcing, la
società di Atlanta evita di internalizzare i costi
che le deriverebbero da contratti a tempo indeterminato,
dal versamento dei contributi sociali per sanità
e pensioni, dalle sanzioni di sfruttamento selvaggio verso
i minori e dal rispetto delle leggi di preservazione delle
risorse naturali. Il
libero scambio comporta la separazione geografica tra i
vantaggi derivanti dalla produzione e i costi ambientali,
sulle spalle dei paesi del cosiddetto Terzo mondo, che sono
dovuti all'aumento della quantità delle risorse,
spesso non rinnovabili, messe in lavorazione. Ne
è un chiaro esempio l'India, dove in un villaggio
nel distretto di Palakkad la Hindustan Coca-Cola Beverages
Limited ha sfruttato tutti i pozzi idrici esistenti, contaminandoli
e compromettendo così l'esistenza di più di
750 famiglie di contadini. Gli adivasi, la popolazione indigena
locale, hanno lottato duramente durante la primavera di
quest'anno; per centinaia di giorni si sono ribellati alla
devastazione compiuta dalla multinazionale, simbolo della
peggiore globalizzazione, nella regione del Kerala. La lotta
degli indigeni, appoggiata anche dai contadini dalit, i
fuoricasta, ha a che vedere non tanto con il gusto dolciastro
o il colore della bevanda, quanto con il disastro ambientale
creato dalla fabbrica della ompagnia nel villaggio di Plachimada
e dintorni. Aperto nel 1998, lo stabilimento portò
un centinaio di posti di lavoro e altri duecento saltuari,
ma per produrre bottiglie e barattoli ha prelevato dai corsi
d'acqua e dai bacini idrici circostanti tra i seicentomila
ed il milione e mezzo di litri d’acqua al giorno,
la stessa acqua necessaria alla sopravvivenza della gente
del posto. Al danno si aggiunge la beffa, quando
gli adivasi si accorgono che la loro acqua assume il colore
del latte cagliato e il suo odore diventa stomachevole,
al punto da costringere un migliaio di abitanti a comprare
l'acqua imbottigliata dalla stessa Coca-Cola a cinque rupie
la bottiglia. Lo stabilimento restituiva infatti
parte dell'acqua depredata durante il processo di risciacquo
dei contenitori, contaminando le fonti, il terreno e le
falde di tutta l'area. Il Forum di Resistenza Popolare,
il comitato che si è opposto a questo abominio era
disposto a intentare un vero e proprio assalto allo stabilimento
ma c'è da stare attenti; la Coca-Cola dispone di
tutte le autorizzazioni di legge e ogni violazione, a parte
quelle relative ai regolamenti sanitari, potrebbe essere
severamente punita. Più di 650 organizzazioni
nel mondo si sono riunite in occasione delle assemblee popolari
di Atlanta, Bruxelles e Bogotà nel 2002 per sostenere
la lotta dei lavoratori e delle organizzazioni sociali contro
le devastanti azioni condotte dalla Coca-Cola:
per esigere il rispetto del diritto alla verità e
alla giustizia su quanto accaduto; per chiedere il risarcimento
integrale delle vittime mietute da una transnazionale che
è un esempio della violenza con cui, ovunque nel
globo, si impone la mondializzazione neoliberale.
E’ sulla base di queste motivazioni
che lo scorso venti luglio è partita una
campagna planetaria di boicottaggio contro la multinazionale
più "presente" del globo, alla
quale oggi si contrappongono centinaia di movimenti disseminati
in ogni continente che hanno come obiettivo quello di smettere
e far smettere il consumo di tutti i prodotti Coca-Cola.
tratto da PERCHÉ
UNA COMPAGNA PER BOICOTTARE LA COCA-COLA
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